“5G, perché è giusto preoccuparsi”

“5G, perché è giusto preoccuparsi”

Parla Mandrioli dell’istituto Ramazzini di Bologna. Il centro all’avanguardia sugli agenti cancerogeni cerca fondi per testare la tecnologia. “Già il 3G provoca tumori”.

salto.bz: Daniele Mandrioli, coordinatore della ricerca per l’istituto Ramazzini di Bologna, centro all’avanguardia in Italia per gli studi sperimentali sugli agenti cancerogeni, a Bolzano lei parlerà in consiglio comunale sui possibili effetti della tecnologia di quinta generazione per i telefoni cellulari e l’internet of things. I cittadini devono preoccuparsi per il 5G?

Daniele Mandrioli: il problema principale con il 5G è che ancora non ci sono studi sulle frequenze e intensità più elevate delle onde elettromagnetiche che dimostrino la sicurezza o meno di questa tecnologia. Il nostro principale interesse come ente di ricerca sarebbe proprio studiare i possibili effetti, perché noi abbiamo già studiato le radiofrequenze, come quelle delle antenne radio base del 3G, a 1,88 GigaHertz, utilizzate ad esempio dalla telefonia mobile.

Cosa avete scoperto?​

Abbiamo evidenziato nel 2018 un aumento dei tumori gliali, in particolare a causa delle dosi più elevate che sono comunque oltre le dosi espositive massime italiane, di 50 volt/metro, essendo il limite di 20 volt/metro. I nostri studi - fatti sulle esposizioni di 5, 25 e 50 volt/metro - sono in linea con i risultati con quelli del governo americano, pubblicato pochi mesi prima, ovvero un aumento dei tumori gliali per esposizioni equivalenti a quelle dei telefonini. Noi abbiamo studiato il campo delle one radio base, stesse frequenze ma dosi più basse di esposizioni, loro i cellulari, ma le forme di tumore sono risultate le stesse.

Nel nostro studio sperimentale finito nel 2018 abbiamo stabilito che il “vecchio” 3G provoca tumori gliali alle dosi più elevate di esposizione. I risultati sono in linea con quelli Usa del National toxicology program

Quindi c’è una correlazione tra le onde dei telefonini e l’incidenza dei tumori?​

Nei modelli sperimentali sì, intendo nei nostri studi sui modelli animali. In particolare l’Organizzazione mondiale della sanità, nella branca che studia i cancerogeni (Iarc), aveva già valutato come possibili cancerogeni le radiofrequenze proprio perché sull’uomo si era visto un aumento di gliomi e schwannomi vestibolari che sono molto simili a quelli che noi abbiamo visto sui modelli animali, sia in Italia che negli Stati Uniti. Le prime evidenze epidemiologiche hanno fatto vedere aumenti di rischio in linea con quelli visti empiricamente negli studi sui ratti Sprague Dawley, il principale modello utilizzato per le ricerche in laboratorio sulla cancerogenesi. 

Il 5G è ancora un campo sconosciuto?​

Lo è, anche se è un tema d’interesse considerando gli ulteriori aspetti di complessità di questa tecnologia, dall’orientamento delle antenne all’utilizzo di varie frequenze assieme. È di interesse andare a vedere gli effetti perché noi abbiamo visto che con l’aumento dell’intensità delle onde aumentavano anche gli effetti cancerogeni sugli animali. Va considerato che mentre il 3G si limita a frequenze di 1,8 GigaHertz il 5G dovrebbe arrivare a 50 volte tanto, con un aumento di intensità ancora da appurare, ma che potrebbe arrivare a 60-70 volt su metro dai 20 volt su metro attuali.

Il 5G, il sistema di telecomunicazioni di Quinta generazione, è purtroppo un campo ancora sconosciuto. È però doveroso studiarlo, anche perché l’intensità delle onde potrebbe essere maggiore di 50 volte rispetto alla tecnologia attuale. Ma servono fondi per gli esperimenti

I cittadini insomma hanno fondati motivi di preoccupazione?

Io credo che i cittadini dovrebbero chiedere che vengano fatti studi per avere qualche evidenza. Si parla tanto ma di evidenze ne vengono prodotte molto poche. La speranza di tutti noi è chiaramente quella che il campo 5G abbia nessuno o pochi effetti, d’altro canto avrebbe poco senso fare l’esperimento su di noi quando abbiamo capacità consolidate in laboratorio per anticipare e scoprire se un agente è cancerogeno o meno.

Istituto Ramazzini
La mission dei ricercatori: per gli esperti dell’istituto Ramazzini di Bologna è scoprire gli agenti cancerogeni. Ma anche stabilire se una sostanza o una tecnologia messa sul mercato non è dannosa. Gli studi però costano e servono finanziamenti. Foto: istituto Ramazzini

L’istituto Ramazzini, nato nel 1971 sulla scia del progetto di Cesare Maltoni sul cloruro di vinile, si candida per questi studi?​

È così. Ricordo che noi siamo l’istituto che in Europa ha studiato più sostanze, più di 200, secondi nel mondo solo al National toxicology program che è governativo e ne ha analizzato 700. Metà di agenti studiati da noi si è rivelato cancerogeno, l’altra metà no. Questo è importante perché anche se l’interesse mediatico nei nostri confronti si concentra sulle scoperte nocive, è fondamentale chiarire anche cosa non è pericoloso. Sullo stesso numero di giornale che riportava il nostro studio sul 3G abbiamo anche riportato che le basse frequenze dell’energia elettrica non hanno un effetto dannoso, ma lo spazio dato alle due notizie era completamente diverso.

I cittadini devono preoccuparsi di una cosa: chiedere che vengano fatti studi. Magari si scopre che il 5G è innocuo

Naturale che crei più allarme la scoperta di una sostanza pericolosa. Ma sul 5G avete già avviato un progetto?​

Al momento purtroppo no. C’è qualche Comune che vorrebbe finanziare i nostri studi, qualche piccola entità interessata ma niente di strutturato per avviare un’avventura come quella sul 5G che costa diversi milioni di euro. Il 3G a noi è costato 5 milioni, quello degli Usa 25.

Voi dite: l’Italia ha una struttura di eccellenza negli studi sugli agenti cancerogeni, andrebbe finanziata a dovere, con un’attenzione ad una tecnologia come il 5G con un grande potenziale di diffusione?​

Noi saremmo entusiasti se enti pubblici e cittadini decidessero di supportare uno studio in questo settore. La cosa peggiore penso sia l’indecisione, il non sapere se una tecnologia che può riguardare 6 miliardi di persone in un prossimo futuro è dannosa o no. Non ha senso dal punto di vista scientifico, anche perché se non fa niente non c’è nulla da nascondere.

Dopo il nostro studio sul 3G non abbiamo visto particolari cambiamenti. Però gli enti regolatori dovranno prendere una decisione. In Italia la parola spetta allo Stato

È cambiato qualcosa dopo il vostro studio sul 3G?​

Dal punto di vista dei limiti, per lo meno in Italia, non abbiamo visto particolari cambiamenti. Tuttavia, i risultati in linea prodotti da noi e dall’istituto americano verranno valutati ora dagli enti regolatori. Nel caso dell’Italia la parola spetta al legislatore, dunque lo Stato e i ministeri. Negli Usa però il National toxicology è anche un ente regolatore, dunque loro hanno già acclarato l’effetto sui tumori nei modelli animali.

Non dovrebbe essere capovolto il principio, prima si stabilisce che una tecnologia non è dannosa e poi la si mette sul mercato?​

Effettivamente ciò che vale ad esempio per la chimica, il principio “no data, no market”, per altri settori non vale. Nel caso delle radiofrequenze purtroppo non ci sono vincoli da questo punto di vista, non serve provare la sicurezza del prodotto, in termini di effetti cronici a lungo termine, prima di venderlo.

In chimica vale il principio no data no market, in altri campi no. Senza gli studi sperimentali che abbiamo fatto noi negli anni ’80 saremmo qui ancora a discutere dei potenziali rischi dell’amianto

La paura è che si possa ripetere quanto accaduto per il fumo, o per l’amianto.​

Se una sostanza dà dei tumori sull’uomo lo scopriamo 30, 40 anni dopo per la latenza fisiologica. Ma nel nostro modello sperimentale in 3 anni si ha tutta la vita del ratto, l’equivalente di 80 per l’uomo. Quindi si ha l’analisi del potenziale effetto cancerogeno della sostanza in brevissimo tempo, potendo così adottare contromisure.

Ne risulta che la sperimentazione animale è utile e necessaria, giusto?​

Il non fare uno studio sperimentale può voler dire sacrificare migliaia di persone, come nel caso dell’amianto. Siamo stati noi negli anni ’80 a fare gli studi sperimentali sul materiale - così come in tutta la nostra attività abbiamo analizzato cloruro di vinile, il monomero del Pvc, benzene, formaldeide, diesel, benzina, pesticidi, radiazioni ionizzanti, la lista è lunga - e mi spiace dire che senza di noi saremmo ancora qui a parlare di rischi, non di certezze. Tante volte gli studi epidemiologici non bastano, c’è bisogno della prova provata per stabilire se un agente è cancerogeno o no.

L’Alto Adige è una terra attenta all’ambiente e alla salute, spero che si possa avviare una raccolta fondi sul 5G come quella sui pesticidi. È partito infatti il crowdfunding per il glifosato

Lei parteciperà, su invito dei Verdi, all’audizione sul 5G in consiglio comunale assieme a Luca Verdi dell’Agenzia provinciale per l'ambiente e Elena Marchetto di Fastweb. Ne approfitterà per estendere all’Alto Adige l’appello per trovare fondi utili agli studi sulla Quinta generazione?

Assolutamente, l’Alto Adige è una terra che conosciamo bene e con cui abbiamo avuto e abbiamo tanti rapporti. Un territorio sensibile in generale alla tematica ambientale. Con un milione di euro potremmo cominciare. In maniera simile abbiamo avviato l’esperienza di studio sul glifosato, il pesticida più venduto del mondo, che si avvale della campagna di crowdfunding che ha raccolto finora 200.000 euro. Potremmo ripetere questa strada.


Fonte: https://www.salto.bz/it/article/05112019/5g-perche-e-giusto-preoccuparsi