45.000 decessi ogni anno per malasanità

45.000 decessi ogni anno per malasanità

I dati che vi portiamo sono lievemente datati, ma poi non così tanto visto che parliamo del 2011. “45.000 morti di malasanità negli ospedali italiani” era il titolo della Newsletter quindicinale su temi bioetici e diritti civili, numero 46, del 6 dicembre 2013 a cura di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni.

L’Associazione Luca Coscioni aveva chiesto ad un dirigente della stessa associazione, nonché docente di Analisi e organizzazione di sistemi sanitari al Politecnico di Milano, Prof. Marcello Crivellini, di commentare un precedente articolo apparso sul “Corriere della Sera” e la risposta è stata un'attenta analisi di cui vi riportiamo interamente il testo. Un dato su tutti però vogliamo anticiparvelo:

Ogni anno in Italia per malasanità si registrano poco meno di 500.000 errori, di cui oltre 45.000 decessi. I morti per incidenti stradali, sono mediamente 4.000 l'anno, 1000 quelli sul posto di lavoro.


Quanti morti per la malasanità?

Gli effetti negativi  della sanità sulla salute e sulle finanze dei cittadini sono dovute ad almeno 3 tipologie di comportamenti:

  1. comportamenti di operatori che sbagliano per incapacità professionale o per cattiva gestione aziendale
  2. comportamenti di operatori e aziende finalizzati intenzionalmente a trarre benefici economici, anche se in contrasto con la salute (e le finanze) degli utenti
  3. comportamenti di operatori e aziende che assecondano le paure dei malati (o presunti tali) e favoriscono il potere economico-sociale di operatori e aziende, pur andando contro la tutela della salute e l’etica professionale.

Alla tipologia 1 appartengono gli errori clinico-sanitari veri e propri dovuti a a scarsa competenza, superficialità o sciatteria nella gestione del processo di cura da parte dei singoli operatori o delle aziende sanitarie. Esempi possono  essere: diagnosi sbagliate, interventi operatori  o somministrazioni di farmaci sbagliati o in dosi sbagliate, ritardi, scambi di pazienti, ecc.. . Paradossalmente sono quelli più facilmente prevenibili.

Alla tipologia 2 appartengono tipicamente le prestazioni e gli interventi terapeutici inutili ma che si effettuano per tornaconto personale e/o aziendale: molti interventi operatori “suggeriti” ai pazienti, troppe prescrizioni di farmaci e di esami diagnostici (tanto paga il Servizio Sanitario nazionale o il paziente) non necessari per la salute dei cittadini ma utili per il bilancio di chi prescrive. Studi internazionali stimano che circa il 30-40% di tutta la sanità sia inutile. E nel caso di interventi sul corpo, gli interventi inutili sono anche dannosi per il paziente, sia a livello di salute che economico. Questa massa di sanità inutile e dannosa per il paziente (ma utile per gli operatori e le aziende sanitarie) viene chiamata “sanità indotta”.

La terza tipologia di comportamenti approfitta delle condizioni di fragilità dei malati (o di chi teme di esserlo) e delle loro paure, assecondandole nell’ attribuire capacità diagnostiche o terapeutiche ad interventi  che non andrebbero prescritti ma che si prescrivono su “pressione” dei pazienti o per costruirsi alibi futuri; in tal modo si rinuncia ai propri doveri professionali, alimentando coscientemente illusioni e fornendo un “placebo” costoso e anche esso inutile (dunque potenzialmente dannoso). È quella che i medici chiamano di solito “medicina difensiva”, dimenticandosi peraltro di definire “medicina offensiva” i primi due comportamenti visti.

Tutte e tre queste tipologie di comportamenti  sono presenti ed estese in sanità, con dimensioni ed effetti enormi. Dunque la distinzione tra “malasanità” e sanità è per alcuni aspetti fuorviante. La distinzione che sempre bisognerebbe aver presente è fra salute e sanità, misurando e valutando la sanità solo ed esclusivamente in base ai suoi effetti reali (e scientificamente provati) sulla salute.

Anche il dibattito sui finanziamenti o sui tagli andrebbe impostato solo in base a tale distinzione. In altre parole la confusione tra sanità e salute spinge operatori, aziende sanitarie, interessi interni o confinanti con la sanità (in Italia il 9,2% del PIL, oltre 140 miliardi di euro l’anno è speso per la sanità) a chiedere più soldi per la sanità, millantando che essi si trasformeranno automaticamente in più salute per i cittadini. Non è così: tutti i dati comparati di sanità e di salute dei paesi industrializzati smentiscono questa favola ad uso e consumo della sanità e delle  sue esigenze interne.

Tornando a quella che viene chiamata “malasanità” dai mezzi di informazione è bene sapere che i casi eclatanti riportati periodicamente sono solo la punta dell’ iceberg di quello che realmente si verifica.

A partire dagli anni ’90 molti studi internazionali hanno quantificato gli errori in sanità, ed in particolare quelli in ospedale. Essi hanno misurato che la numerosità degli “eventi avversi” (errori che provocano danni sui pazienti) è tra il 4 e il 12% dei ricoveri e che almeno il 4% di tali eventi avversi ha come conseguenza la morte del paziente.

Solo recentemente (2011) in Italia è stato svolta una analoga seria ricerca, le cui conclusioni sono state:

  1. il 5,2 % dei ricoverati subisce un evento avverso,
  2. di essi il 9,5% conduce al decesso del paziente.

Tali conclusioni costringono ad affermare che gli errori sui ricoverati in ospedale sono in Italia poco meno di 500mila l’anno e che i morti a loro causa sono oltre 45mila l’anno. I morti per incidenti stradali sono circa 4mila, quelli sul lavoro circa mille l’anno.

Non c’è stata alcuna trasmissione televisiva su questi dati spaventosi e gli unici articoli sono confinati sulle pagine “tecniche” di pochi quotidiani.

Certamente l’articolo di Ravizza e Santucci va considerato positivamente; affronta un aspetto importante ma marginale rispetto ai fenomeni visti, allo loro natura e dimensione.


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